SAI TUTTO SULL’INTOLLERANZA AL LATTOSIO?

In Italia si stima che ne soffra una persona su due, eppure sull’intolleranza al lattosio circolano molte idee inesatte. Scopriamo tutto su questa problematica.

Il lattosio e la sua digestione
Il lattosio è il principale zucchero presente nel latte, non solo quello vaccino ma – in misura maggiore o minore – quello di tutti i mammiferi, compreso il latte materno. Il latte di mucca, quello di pecora e di capra ne contengono più o meno la stessa quantità, quello di asina un po’ di più e il latte materno di più ancora. Il suo contenuto diminuisce nello yogurt e nei formaggi freschi, fino ad azzerarsi o quasi nei formaggi molto stagionati come il Parmigiano Reggiano. Inoltre in ambito industriale il lattosio viene aggiunto ad altri alimenti per migliorarne il sapore o la conservazione: se ne trovano tracce, ad esempio, in alcuni salumi, prodotti da forno, salse e minestre pronte.

Il nostro organismo non è in grado di assorbire il lattosio così com’è, ma ha bisogno prima di digerirlo, ossia scinderlo nei suoi due componenti più semplici: glucosio e galattosio. La scissione si verifica nella parte iniziale dell’intestino tenue grazie a un enzima specializzato solo in questo compito, la lattasi. Sempre a livello dell’intestino tenue, poi, il glucosio e il galattosio derivati dal lattosio vengono assorbiti e passano nel sangue.

Questo se tutto va come deve andare. Ma se il lattosio non viene digerito, e di conseguenza nemmeno assorbito, arriva fino al colon, dove dà luogo a due fenomeni:

  • diventa cibo per i batteri intestinali, che lo fermentano producendo gas (idrogeno e metano)
  • la sua presenza richiama acqua nel lume intestinale.

Ed ecco che compaiono tutti i sintomi dell’intolleranza: nausea, gonfiore, flatulenza, dolore, diarrea. Sì, perché l’intolleranza al lattosio altro non è che l’incapacità di digerire completamente il lattosio a causa di carenza, o completa assenza, dell’enzima lattasi.

Le tre forme dell’intolleranza
Le intolleranze al lattosio non sono tutte uguali. Si distinguono infatti tre forme:

Intolleranza congenita. Questa è la condizione più grave ma è anche estremamente rara: in Europa si contano poche decine di casi, per la maggior parte in Finlandia. La lattasi è completamente assente fin dalla nascita a causa di una mutazione genetica trasmessa da entrambi i genitori. Il bambino non può assumere il latte materno e non potrà mai consumare alimenti contenenti lattosio.

Intolleranza acquisita. In questo caso la lattasi è inizialmente presente, ma dopo i 3-5 anni di età i suoi livelli cominciano lentamente a diminuire. È un’intolleranza che dura tutta la vita, perché determinata geneticamente. Ma è un’intolleranza parziale, nel senso che una certa quantità di lattasi comunque rimane. I sintomi compaiono quando viene consumato più lattosio di quel che si è in grado di digerire: se la lattasi è molto bassa basteranno piccolissime quantità di lattosio per scatenare disturbi, mentre se sono presenti livelli medi di lattasi sarà possibile consumare senza conseguenze quantità di lattosio superiori. Esiste sempre quindi una soglia di tolleranza, che è assolutamente individuale e si può scoprire semplicemente con l’esperienza.

Intolleranza secondaria. È una forma transitoria che non ha cause genetiche ma compare come conseguenza di altre patologie, come malattie infiammatorie intestinali o gastroenteriti acute. La produzione di lattasi diminuisce temporaneamente, ma riprende non appena l’intestino si ristabilisce. Naturalmente una forma secondaria può sommarsi a una acquisita, peggiorandola momentaneamente. In tutti questi casi l’assunzione di probiotici può aiutare a ritrovare in fretta il proprio equilibrio.

intolleranza-lattosio

Troppa paura del lattosio
Spesso, quando viene diagnosticata un’intolleranza al lattosio, ci si affretta a identificare ed eliminare (per sempre) ogni traccia di lattosio dalla propria alimentazione. Da quanto abbiamo detto finora, però, risulta chiaro che nella maggior parte dei casi questa preoccupazione è eccessiva. Ogni intollerante, infatti, ha in realtà una sua personale soglia di tolleranza, cioè una certa quantità di lattosio che può consumare senza lamentare sintomi: la cosa più saggia è imparare a conoscere la propria, e regolare l’alimentazione di conseguenza.

Non tutte le intolleranze poi sono permanenti: se hai sviluppato intolleranza al lattosio improvvisamente, dopo un’infezione intestinale o una gastroenterite, è molto probabile che si tratti di una forma temporanea. La situazione si ristabilirà presto, grazie anche all’aiuto dei probiotici.

Tolleranza al lattosio: una questione culturale
Come abbiamo visto, in Italia circa la metà della popolazione soffre di una forma più o meno grave di intolleranza al lattosio. E gli altri?

Così come, geneticamente, alcune persone in età adulta perdono in parte l’enzima lattasi, altre persone lo mantengono ad alti livelli per tutta la vita, sempre per ragioni genetiche. Gli scienziati pensano che probabilmente l’intolleranza al lattosio fosse la normalità per i nostri progenitori, perché prima che si sviluppasse la pratica dell’allevamento l’uomo non aveva nessuna occasione di consumare latte dopo lo svezzamento. Ma, con l’avvento dell’allevamento, latte e latticini diventano una importante fonte di nutrimento, soprattutto nelle aree geografiche con un clima più avverso; e quindi l’intolleranza al lattosio si rivela un grosso svantaggio. E così, per selezione naturale, inizia a diminuire. Questa ipotesi è confermata dal fatto che le popolazioni che in età preistorica avevano un maggior consumo di latticini sono quelle in cui ancora oggi l’intolleranza al lattosio è meno diffusa: si tratta in generale dei popoli del nord Europa e nord America.

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