Durante l’allattamento la madre rappresenta la principale fonte di vitamina D per il neonato. Integrando questa vitamina ne trarrà beneficio non solo lei, ma anche il suo bambino.
Gravidanza e allattamento rappresentano fasi cruciali nella vita di una donna, durante le quali la madre si trova a dover garantire non solo il proprio benessere ma anche quello del feto in via di sviluppo e, successivamente, del neonato.
Fino a tempi recenti, l’influenza della vitamina D in questo periodo non era stata adeguatamente compresa. Nuove evidenze scientifiche hanno dimostrato come questa vitamina eserciti azioni molto più ampie di quanto si credesse in passato, andando oltre il ruolo tradizionale e ben consolidato di regolazione del metabolismo del calcio e delle ossa. Gli studi rivelano che la vitamina D, grazie probabilmente all’influenza sul sistema immunitario e i suoi meccanismi di controllo, influisce in modo significativo sulla salute generale sia della madre che del suo bambino. E, poiché la madre rappresenta la principale fonte di vitamina D per il neonato (e l’unica per il feto), una carenza materna di questa vitamina si traduce inevitabilmente in una carenza nel feto e successivamente nel lattante.
Delle conseguenze di una carenza di vitamina D durante la gravidanza abbiamo parlato in un precedente articolo. Qui vogliamo concentrarci sul ruolo che la vitamina D gioca nel periodo dell’allattamento, e sul modo migliore di mantenerne livelli adeguati. Per il benessere di mamma e bambino.
Importanza della vitamina D per il bambino in allattamento
Il ruolo fisiologico meglio conosciuto della vitamina D è quello di regolare il metabolismo osseo, garantendo la normale formazione e mantenimento dello scheletro e dei denti. Se in età adulta un sufficiente livello di vitamina D previene malattie come l’osteomalacia e l’osteoporosi, è chiaro che per un organismo in crescita questa vitamina è ancora più importante. Una sua prolungata carenza causa infatti rachitismo, una condizione in cui le ossa sono fragili e deformabili e che può portare a ritardi nella crescita e deformazioni scheletriche.
Il rachitismo è più frequente nei bambini allattati al seno le cui madri erano in deficit di vitamina D durante la gravidanza e l’allattamento. Ma anche senza arrivare al rachitismo vero e proprio, che al giorno d’oggi nel nostro Paese è una condizione limite, studi dimostrano che la densità minerale ossea dei lattanti è correlata ai livelli di vitamina D delle madri, e il deficit materno di vitamina D durante l’allattamento è uno dei fattori che possono condurre a una scarsa mineralizzazione ossea nei figli.
Non solo ossa
Già più di un secolo fa i medici si erano accorti che il rachitismo andava di pari passo con una maggiore suscettibilità alle infezioni respiratorie. Studi successivi hanno confermato che i bambini con bassi livelli di vitamina D hanno un maggior rischio di ammalarsi di polmonite e bronchiolite, due serie infezioni delle basse vie respiratorie. Il perché ha cominciato a chiarirsi solo di recente, quando si è scoperto che la vitamina D potenzia la capacità del corpo di combattere le infezioni, specialmente respiratorie e urinarie.
Oltre all’influenza sulle risposte immunitarie, un’altra attività ora nota della vitamina D è quella di regolare il metabolismo degli zuccheri. La conseguenza è che più bassi sono i livelli di questa vitamina e peggiore è il controllo glicemico, e maggiore il rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Una carenza nella prima infanzia potrebbe far sentire le sue conseguenze anche molti anni più tardi, come suggerisce uno studio in cui bambini a cui era stata somministrata vitamina D durante il primo anno di vita hanno poi mostrato, a 30 anni di distanza, un’inferiore incidenza di diabete.
Il latte materno è davvero povero di vitamina D?
Per decenni si è ritenuto che il latte materno fosse “naturalmente” povero di vitamina D. Una convinzione tuttora molto diffusa, che ha portato a pensare che tutti i neonati allattati al seno (il latte in formula è già appositamente arricchito in vitamina D) abbiano bisogno di integrare questa vitamina. Infatti, durante i sei mesi di allattamento esclusivo al seno (che sono anche un periodo in cui di solito i piccoli vengono esposti pochissimo al sole), i pediatri prescrivono di routine le gocce di vitamina D a tutti i bambini.
L’idea che il latte materno sia povero di vitamina D, però, viene da studi effettuati su donne che erano esse stesse carenti – una situazione estremamente comune. Più di recente ci si è resi conto che il contenuto di vitamina D del latte è strettamente correlato allo stato di vitamina D della madre e, se questa ne ha livelli adeguati, nel latte ne viene trasferita una quantità sufficiente anche per il neonato.
L’importanza del corretto dosaggio
In questo ragionamento c’è però un dettaglio importante, e per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro. La vitamina D esiste nel nostro corpo in tre forme distinte. Una è la vitamina D propriamente detta, chiamata anche colecalciferolo, quella che l’organismo sintetizza in seguito all’esposizione solare e che di norma assumiamo tramite gli integratori. Il colecalciferolo è una molecola inattiva e nel giro di uno o due giorni il nostro fegato la trasforma completamente in un metabolita chiamato 25-idrossivitamina D (per brevità 25OHD). Anche la 25OHD è inattiva, e viene trasformata nella forma attiva, chiamata calcitriolo, a livello dei reni e dei diversi tessuti che la necessitano. Questa trasformazione però è molto più lenta della precedente: al contrario del colecalciferolo, infatti, la 25OHD rimane del nostro organismo per 2-3 settimane.
Ora, il punto importante è che la forma di vitamina D che passa maggiormente nel latte materno non è la 25OHD bensì il colecalciferolo, quella che resta nell’organismo solo uno o due giorni. Questo significa che, per fornirne al suo bambino quantità sufficienti tramite l’allattamento, la madre necessita di un apporto di vitamina D quotidiano. Esporsi al sole ogni giorno, quindi; oppure, se assume un integratore, assumerlo quotidianamente, e non in mega dosi settimanali o mensili.
Un altro punto importante è che solo il 20% circa della vitamina D materna passa nel latte: quindi la madre deve averne livelli piuttosto elevati se vuole rifornire adeguatamente il suo bambino. In effetti gli studi hanno appurato che, in media, per coprire l’apporto di vitamina D del neonato è necessario che la madre assuma 6400 UI di vitamina D ogni giorno. In questo modo la vitamina D nel sangue del lattante raggiunge gli stessi livelli che avrebbe se la assumesse lui stesso. È importante precisare che, sebbene il dosaggio possa sembrare molto elevato, negli studi clinici questo protocollo di integrazione materna non ha prodotto nessun effetto indesiderato, mentre dosaggi inferiori sono risultati insufficienti per prevenire carenze nei bambini.
Durante l’allattamento, dunque, abbiamo due modi ugualmente efficaci per assicurare ai neonati un sufficiente apporto di vitamina D: somministrare la vitamina direttamente al bambino oppure somministrarla alla mamma. C’è qualche ragione per preferire un approccio piuttosto dell’altro?
Vitamina D in allattamento: meglio somministrarla alla mamma o al neonato?
La prima considerazione che possiamo fare è di ordine pratico: è sicuramente più facile per la madre assumere lei stessa un integratore piuttosto che darlo al suo neonato. E infatti le statistiche ci dicono che negli Stati Uniti, per esempio, solo un 10-20% delle famiglie a cui il pediatra lo ha consigliato somministrano effettivamente la vitamina D al loro bambino. Il che significa che la maggior parte dei neonati allattati al seno sono a rischio di carenza, a meno che la madre non abbia sufficienti livelli di questa vitamina (o i bambini vengano sufficientemente esposti al sole fin dalla nascita).
L’integrazione materna ha poi l’ovvio vantaggio di beneficiare, oltre al neonato, anche la madre. Che in questo periodo ne ha particolarmente bisogno. Lo scheletro in crescita del suo bambino necessita infatti grandi quantità di calcio, di cui il latte come sappiamo è ricco; ma da dove arriva questo calcio? Ebbene (almeno in parte) dalle ossa della mamma! Le donne che allattano vanno infatti incontro a una perdita di mineralizzazione ossea, perdita che si riduce se assumono vitamina D a dosaggi elevati (le 6400 UI di cui abbiamo parlato prima).
Infine c’è da tenere in considerazione un punto più sottile. È stato dimostrato che in base ai livelli di vitamina D della madre la composizione del suo latte cambia sotto diversi punti di vista: non solo nel contenuto della vitamina stessa ma anche in quello di oligosaccaridi, proteine, lipidi, molecole immunoattive. C’è quindi la possibilità (per la verità ancora poco studiata) che il latte di una mamma con sufficienti livelli di vitamina D possa dare al neonato benefici ulteriori, che vanno al di là dell’assicurargli un sufficiente apporto della vitamina stessa.
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Fonti scientifiche
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