Una guida per capire cos’è la vulvodinia, perché compare e cosa puoi fare se pensi di soffrirne.
Cos’è la vulvodinia: riconoscere i sintomi
La vulvodinia è un dolore cronico alla vulva (i genitali esterni femminili) senza che ci sia una causa evidente, come un’infezione in corso o una lesione visibile, che lo giustifica. Non è affatto rara: si stima che più di una donna su 10 ne soffra nel corso della vita, soprattutto in età fertile, tra i 20 e i 49 anni.
Il dolore può manifestarsi in modo diverso da donna a donna:
- Alcune lo descrivono come bruciore, altre parlano di una sensazione simile al contatto con un ferro caldo (“dolore urente”); possono essere presenti anche scosse elettriche, punture di spillo o formicolio.
- Può essere continuo oppure comparire e scomparire, spesso peggiorando nella fase premestruale.
- Può essere localizzato, concentrato in un punto ben preciso (di solito l’ingresso della vagina o il clitoride) oppure generalizzato, diffuso a tutta la vulva.
- Può manifestarsi solo al contatto o alla pressione (durante un rapporto sessuale, quando si inserisce un tampone, o perfino con il semplice contatto della biancheria intima) oppure essere presente anche senza nessuno stimolo esterno.
Se ti riconosci in questa descrizione (soprattutto se hai dolore ai rapporti, bruciore cronico o una sensibilità estrema anche al semplice tocco, senza che le visite ginecologiche abbiano mai trovato niente di visibile) potresti soffrire di vulvodinia. Ed è importante sapere che molte altre donne ne soffrono come te, e che non stai inventando niente.
Perché fa male?
Una delle cose che disorientano di più le donne con vulvodinia (e che porta molti medici a sbagliarsi), è che la vulva, guardandola, sembra del tutto normale. Non c’è gonfiore, non ci sono lesioni, non ci sono segni evidenti di irritazione né perdite anomale… insomma non c’è una causa visibile che giustifichi quel dolore.
Eppure il dolore c’è, è reale, e ha basi biologiche ben precise.
Sotto una cute normale, le terminazioni nervose sono più numerose e più voluminose dell’ordinario. Questo crea una ipersensibilità agli stimoli e una trasformazione delle normali sensazioni tattili in sensazioni dolorose: il semplice contatto viene percepito come se la vulva venisse toccata con un oggetto bollente. Si parla in questi casi di dolore neuropatico: un dolore cioè che non è scatenato da cause esterne ma dipende da un malfunzionamento nell’elaborazione stessa del dolore.
Con il tempo, quando il dolore è cronico e persistente, entra in gioco un altro meccanismo: la sensibilizzazione centrale. Le vie del dolore nel sistema nervoso centrale diventano esse stesse amplificate, come se il volume del dolore fosse alzato al massimo. Non è più solo la vulva a essere ipersensibile: è il sistema nervoso nel suo insieme ad aver abbassato la soglia.
Un altro elemento spesso presente è l’ipertono del pavimento pelvico: i muscoli che circondano la vagina e l’ano sono cronicamente contratti, tesi, “in guardia”. E doloranti.
Le cause della vulvodinia
Ma perché si verifica tutto questo? Perché è successo proprio a te?
La vulvodinia è una condizione multifattoriale: non esiste una causa unica, ma un insieme di fattori che si combinano in modo diverso in ciascuna persona. Tuttavia, oggi conosciamo abbastanza bene alcuni dei meccanismi principali.
In particolare si pensa che la vulvodinia si sviluppi quando la vulva è sottoposta a ripetuti traumi o irritazioni, dovute soprattutto a infezioni vaginali. Ma questo non accade a tutte le donne: dev’essere presente una predisposizione genetica che rende più vulnerabili. In particolare, ci sono polimorfismi genetici (piccole varianti del DNA) che portano a una risposta immunitaria più intensa e duratura del normale. Di fronte a un’infezione vaginale o ad altri stimoli irritativi, il sistema immunitario risponde in modo eccessivo e persistente, e l’infiammazione va progressivamente a stimolare e sensibilizzare le terminazioni nervose della zona vulvare, innescando il processo che abbiamo descritto sopra.
Tra le infezioni che possono scatenare la vulvodinia, la candidosi ha un ruolo di particolare rilievo. Spesso si comincia con episodi più o meno frequenti ma che si risolvono completamente, e poi nel tempo si passa alla sensazione di non stare mai davvero bene nemmeno tra un episodio e l’altro, e a dolori che persistono anche quando il tampone è negativo.
In uno studio della Fondazione Graziottin su oltre 1.000 donne con dolore vulvare cronico, ben un terzo delle pazienti aveva sofferto di candida ricorrente. E studi sperimentali hanno confermato questo legame: nei topi si è visto che, alla terza infezione da candida (o dopo una singola infezione prolungata), circa metà degli animali sviluppa tutti i sintomi della vulvodinia, con un’ipersensibilità non accompagnata da infiammazione visibile, ma con le biopsie che mostrano con una chiara proliferazione delle fibre nervose.
Il microbiota vaginale: un equilibrio fondamentale
Negli ultimi anni la ricerca ha portato l’attenzione su un fattore molto importante: il microbiota vaginale, cioè l’insieme dei microrganismi che abitano la vagina.
In una vagina sana il microbiota è dominato dai lattobacilli, batteri buoni che mantengono un pH acido e difendono dai patogeni. E tra tutti i lattobacilli ce n’è uno particolarmente efficiente nel proteggere la vagina, anche dalla vulvodinia: il Lactobacillus crispatus.
L. crispatus protegge in due modi: da un lato tiene sotto controllo la proliferazione di funghi e batteri patogeni, riducendo il rischio di infezioni come la candida; dall’altro “parla” con il sistema immunitario, moderando la risposta infiammatoria. Un microbiota dominato da L. crispatus è associato a livelli più bassi di infiammazione vaginale.
Quando invece questo lattobacillo scarseggia, la vagina diventa più vulnerabile alle infezioni e allo stesso tempo più reattiva agli stimoli infiammatori: le condizioni ideali perché, nelle donne predisposte, si sviluppi o si mantenga la vulvodinia.
Cosa fare se sospetti di soffrire di vulvodinia
Se ti sei riconosciuta nelle descrizioni precedenti, la prima cosa da sapere è che il tuo dolore è reale e merita attenzione medica competente. La seconda è che trovare questa attenzione potrebbe richiedere un po’ di tenacia, perché purtroppo la vulvodinia è ancora una patologia troppo poco conosciuta dai medici. Molte donne ottengono la diagnosi corretta solo dopo anni dall’inizio dei sintomi, dopo aver consultato diversi professionisti e tentato terapie del tutto inutili.
Il passo più importante quindi è cercare un ginecologo o ginecologa con esperienza specifica nella vulvodinia. Non uno qualunque: si tratta di una patologia complessa che richiede una formazione specifica. Associazioni come l’Associazione Italiana Vulvodinia (AIV) possono essere un punto di riferimento per trovare professionisti specializzati nella tua zona.
Per quanto riguarda la terapia, la vulvodinia non si cura con un singolo farmaco o un singolo intervento. Proprio perché è una condizione multifattoriale, con componenti infiammatorie, nervose, muscolari, immunitarie e microbiche, richiede un approccio multimodale, cioè un insieme di strategie che agiscono su più fronti contemporaneamente. A seconda della situazione specifica, la terapia può includere farmaci modulatori del dolore neuropatico, trattamenti antinfiammatori e antimicotici, fisioterapia del pavimento pelvico (fondamentale quando è presente ipertono muscolare), e anche supporto psicologico – perché vivere con un dolore cronico ha inevitabilmente ripercussioni emotive che meritano attenzione.
Una componente sempre più riconosciuta della terapia è il riequilibrio del microbiota vaginale. Aumentare i livelli di Lactobacillus crispatus può ridurre la frequenza delle infezioni e calmare la risposta infiammatoria locale, contribuendo a interrompere il circolo vizioso che alimenta la vulvodinia.
Questo si può fare con probiotici specifici, formulati per agire sia sull’intestino (che nutre e rifornisce il microbiota vaginale) che sulla vagina.
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Fonti scientifiche
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