MEDICINA DI GENERE: PERCHÉ IL “CORPO STANDARD” È ANCORA MASCHILE, E COSA RISCHIANO LE DONNE

Oggi si parla sempre più spesso di medicina di genere, cioè dello studio di come il sesso biologico influenzi sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci e percorsi di cura. Un cambiamento di prospettiva essenziale, dal momento che per secoli la medicina ha operato con il presupposto che il corpo maschile rappresentasse il modello universale dell’essere umano. Dai testi di anatomia di Andrea Vesalio nel XVI secolo fino alla metà del Novecento, l’anatomia e la fisiologia femminile sono state considerate solo quando differivano in modo ovvio per la funzione riproduttiva. Il corpo maschile era visto come “razionale e universale”, mentre quello femminile era spesso descritto come una deviazione o una versione “emotiva e variabile” dello standard, relegando lo studio delle donne a capitoli specifici sulla patologia o sulla fragilità costituzionale.

Questa visione, che oggi la medicina di genere riconosce come pregiudiziale e fuorviante, nella pratica continua purtroppo a far sentire il proprio retaggio. Il corpo femminile differisce da quello maschile sotto molti aspetti, che vanno ben oltre l’apparato riproduttivo: le ossa sono più leggere e presentano angolazioni diverse nel bacino e nelle ginocchia, il grasso corporeo è distribuito in modo diverso, la conformazione dei vasi sanguigni è differente, le risposte immunitarie e il metabolismo variano sensibilmente.

Ciononostante, i modelli anatomici, i dispositivi medici, i protocolli diagnostici e terapeutici sono ancora largamente basati sulle dimensioni e sulla biologia maschile. Ad esempio le protesi per l’anca e il ginocchio e persino i manichini per i crash test automobilistici sono stati progettati per decenni su parametri maschili, risultando spesso troppo rigidi o di dimensioni inadeguate per le donne. Questo approccio “taglia unica” (che in realtà è una “taglia uomo”) comporta rischi reali per le donne, che vanno da dosaggi farmacologici eccessivi a sintomi ignorati o sottovalutati, fino a una mortalità più elevata per patologie comuni.

Dal punto di vista della medicina di genere, a cosa dovrebbe fare maggiore attenzione una donna? Ecco alcuni esempi.

Verso una medicina di genere: cosa devono sapere le donne

Infarto e ictus nelle donne: sintomi da non ignorare

L’esempio forse più eclatante studiato dalla medicina di genere è l’infarto del miocardio. Sebbene sia la principale causa di morte per le donne, viene ancora percepito come una malattia maschile. La ricerca mostra che le donne presentano più spesso sintomi cosiddetti “atipici”, come nausea, vomito, fiato corto, stanchezza estrema o dolore alla mascella e al collo. Al contrario, il sintomo tipico che viene insegnato ai medici e che tutti conosciamo e ci aspettiamo in caso di infarto — il dolore schiacciante al petto e al braccio sinistro — è quello riportato più frequentemente dagli uomini.

A causa di questa discrepanza le donne tendono ad arrivare in ospedale più tardi e hanno una probabilità maggiore di essere dimesse erroneamente, il che contribuisce a un tasso di mortalità più alto rispetto alla controparte maschile.

Anche l’ictus colpisce i due sessi in modo differente: le donne presentano più frequentemente sintomi non tradizionali come mal di testa improvviso e alterazioni dello stato mentale e del livello di coscienza. Gli esiti nelle donne sono spesso più severi, con tassi di mortalità più elevati e una maggiore probabilità di disabilità permanenti.

Dolore cronico nelle donne: quando la diagnosi arriva tardi

Nel campo della reumatologia, un esempio illuminante (e preoccupante) è quello della spondilite anchilosante, una malattia autoimmune che colpisce la colonna vertebrale e le articolazioni del bacino causando dolori e rigidità anche molto severi. Storicamente considerata una malattia maschile, con rapporti stimati di 10 a 1 in passato, oggi sappiamo che il divario è molto più sottile. Tuttavia nelle donne la diagnosi arriva, in media, più di due anni dopo rispetto agli uomini.

Questo ritardo affonda le radici in un pregiudizio radicato verso il dolore femminile, spesso considerato “psicosomatico” anziché biologico. Le donne stesse tendono a volte a sottovalutare un dolore muscoloscheletrico cronico; quando poi lo riferiscono al medico, di frequente questo pensa a tensione, stress o al più fibromialgia, e le invia a uno psichiatra, invece di sospettare patologie più gravi. Inoltre le donne tendono ad avere una progressione più lenta delle alterazioni scheletriche visibili ai raggi X, il che le rende invisibili ai protocolli diagnostici standard basati su parametri maschili.

medicina di genere

Autismo e ADHD nelle donne: perché si diagnosticano tardi

Anche la salute mentale soffre di un pregiudizio di genere. Per decenni, l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) è stato studiato quasi esclusivamente nei ragazzi. Mentre i maschi manifestano spesso iperattività fisica e comportamenti dirompenti, le ragazze mostrano più frequentemente distrazione, sogni ad occhi aperti o un’iperattività verbale che risulta meno “disturbante” per l’ambiente scolastico.

Lo stesso vale per l’autismo. Molte ragazze autistiche sviluppano, più dei coetanei maschi, efficaci strategie di camuffamento, imitando i comportamenti sociali dei coetanei per integrarsi, il che rende i loro tratti autistici invisibili fino all’adolescenza o all’età adulta. Invece che affette da un disturbo del neurosviluppo che richiede supporto specifico, vengono considerate semplicemente timide o con difficoltà emotive.

Farmaci e donne: il pericolo del dosaggio standard

La farmacologia è forse l’area in cui la medicina di genere mostra con più chiarezza i limiti del modello maschile. Fino agli anni ‘90 le donne erano spesso escluse dai test clinici per evitare gravidanze inattese e confusione dovuta alle fluttuazioni ormonali. Di conseguenza, le dosi di molti farmaci oggi in commercio sono state tarate su corpi maschili.

Il problema è che le donne presentano una farmacocinetica (ovvero come il corpo assorbe, distribuisce, metabolizza ed elimina il farmaco) diversa: hanno generalmente un peso minore, più grasso corporeo (che trattiene i farmaci liposolubili), uno svuotamento gastrico più lento e una diversa attività degli enzimi epatici e della filtrazione renale. La conseguenza è che sperimentano quasi il doppio di reazioni avverse ai farmaci rispetto agli uomini.

Esempi concreti includono:

  • Zolpidem (sonnifero): la FDA statunitense ha dovuto dimezzare la dose per le donne perché queste eliminano il farmaco molto più lentamente, con rischi per la guida il mattino dopo.
  • Litio (antidepressivo): nelle donne causa più frequentemente disfunzioni della tiroide.
  • La morfina può causare più nausea nelle donne, mentre gli ACE-inibitori per l’ipertensione causano più spesso una tosse secca e persistente.
  • Allungamento del tratto QT: nelle donne molti farmaci possono causare più frequentemente un allungamento del tratto QT (una misura del ritmo cardiaco), esponendole a un rischio più elevato di aritmie fatali.

Medicina di genere: cosa può fare una donna per proteggersi

Spesso le donne sono abituate a minimizzare e sopportare i disturbi fisici, e a rimandare il consulto medico. È importante invece:

  • Non normalizzare il malessere. Dolori ricorrenti, fatica sproporzionata, disturbi cognitivi e più in generale malesseri che interferiscono con la vita quotidiana non dovrebbero essere archiviati automaticamente come dovuti alla tensione, allo stress o al ciclo.

  • Descrivere i sintomi con precisione, senza autocensurarsi. Non basta dire “sto male” o “sono stanca”: è utile annotare quando è iniziato il sintomo, quanto dura, cosa lo peggiora, cosa lo migliora, se si associa ad altri segnali. Un diario dei sintomi, anche semplice, può aiutare a trasformare un racconto vago in dati più chiari.

  • Non accettare troppo facilmente spiegazioni generiche quando i sintomi persistono. Stress, ansia e ciclo ormonale possono influenzare la salute, ma non devono diventare etichette automatiche. Se una diagnosi non spiega i sintomi, se una terapia peggiora la situazione o se il dolore viene minimizzato senza approfondimenti, è legittimo chiedere un secondo parere o una valutazione specialistica.

  • Fare domande esplicite sui farmaci. Dovresti sentirti legittimata a chiedere se la dose è adatta al tuo peso, alla tua età e alla tua storia clinica, se il farmaco può interagire con contraccettivi, terapia ormonale o altri farmaci che assumi, se ci sono controindicazioni relative a un’eventuale gravidanza, quali effetti collaterali monitorare e quali segnali richiedono una rivalutazione.

  • Segnalare sempre eventuali effetti collaterali. Se dopo aver iniziato una terapia avverti qualche nuovo disturbo, riferiscilo sempre al medico. Non pensare che sia suggestione: potrebbe essere necessario un aggiustamento del dosaggio basato sulle tue specifiche caratteristiche biologiche.

  • E, in generale, considerare la propria esperienza corporea come un dato clinico. È anche questo il senso più concreto della medicina di genere: considerare le tue sensazioni non come dettagli irrilevanti, ma come informazioni importanti da comunicare con chiarezza e da far prendere sul serio.

Per questo NutraLabs dedica da sempre una particolare attenzione all’integrazione pensata per il benessere femminile, sviluppando formule mirate che tengano conto delle esigenze specifiche dell’organismo della donna. Alcuni esempi da scoprire:

Domande frequenti sulla medicina di genere

Che cos’è la medicina di genere?

La medicina di genere studia come il sesso biologico influenza sintomi, diagnosi, risposta ai farmaci e rischio di alcune malattie.

Perché le donne possono avere sintomi diversi dagli uomini?

Perché esistono differenze anatomiche, ormonali, immunitarie e metaboliche che possono modificare il modo in cui una malattia si manifesta.

I farmaci agiscono in modo diverso nelle donne?

Sì, in alcuni casi. Peso corporeo, distribuzione del grasso, metabolismo epatico, funzione renale e ormoni possono influenzare efficacia ed effetti collaterali.

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