È da poco uscito un lavoro scientifico secondo cui, per i bambini, mangiare troppi cibi ultraprocessati potrebbe causare problemi emotivi e comportamentali. E questo è solo l’ultimo tra gli effetti negativi documentati.
Cosa sono i cibi ultraprocessati?
Anzitutto, sappiamo distinguere quali alimenti sono ultraprocessati e quali no? Il termine “ultraprocessato” è una categoria precisa, definita dal sistema di classificazione NOVA elaborato da ricercatori dell’Università di San Paolo in Brasile e oggi adottato da numerosi studi internazionali.
Il sistema NOVA individua i cibi ultraprocessati in base al grado e allo scopo della lavorazione industriale, non al contenuto nutrizionale, ma spesso i due aspetti vanno di pari passo.
Secondo questa classificazione, gli ultraprocessati sono alimenti che non esisterebbero senza la tecnologia industriale moderna. Spesso le basi di partenza sono frazioni estratte o derivate dagli alimenti (amidi raffinati, oli frazionati, proteine isolate, zuccheri purificati), a cui vengono aggiunti additivi che non si trovano nelle cucine domestiche (emulsionanti, coloranti, esaltatori di sapidità, aromi, conservanti, edulcoranti…)
In pratica, di cosa si tratta? Ecco alcuni esempi concreti che si trovano comunemente nelle dispense di molte famiglie: merendine confezionate, cereali da colazione zuccherati, biscotti industriali, snack salati in busta, succhi di frutta con zuccheri aggiunti, bevande gassate, wurstel (i salumi tradizionali come prosciutto crudo o speck di solito contengono solo carne, sale e spezie, rientrando tra i cibi processati, non ultraprocessati), piatti pronti surgelati, burger vegetali, yogurt alla frutta con aromi e zuccheri aggiunti, pane da sandwich a lunga conservazione, nuggets di pollo o pesce impanati, creme spalmabili dolci o salate con una lunga lista di ingredienti.
La caratteristica fondamentale di questi prodotti è che sono progettati per essere irresistibili, economici, pratici e a lunga conservazione, spesso a scapito della qualità nutrizionale. Sono tipicamente ricchi di zuccheri, grassi saturi, sale e calorie, mentre sono poveri di fibre, vitamine, minerali e antiossidanti.
Quanti cibi ultraprocessati mangiano i nostri bambini?
Probabilmente, molto più di quanto pensiamo. In Canada, i cibi ultraprocessati forniscono quasi la metà delle calorie giornaliere nei bambini in età prescolare. Negli Stati Uniti la quota è simile o superiore: i bambini in età scolare arrivano a ricavare quasi il 60% delle calorie quotidiane da questi prodotti. Non si tratta di eccezioni legate a stili di vita particolarmente scorretti: è la norma nelle famiglie dei Paesi ad alto reddito, dove la disponibilità, il costo accessibile e il marketing aggressivo rendono questi alimenti protagonisti quotidiani.
Un nuovo studio sul comportamento e le emozioni dei bambini
Non facciamo fatica ad accettare l’idea che quello che mangiamo influenzi il nostro corpo, ma che possa influenzare anche il nostro mondo emotivo e il nostro comportamento è qualcosa che troviamo sorprendente, forse anche inverosimile. Eppure la sfera emotivo-comportamentale ha molto a che fare con il cervello, e il cervello è un organo come tutti gli altri: ha bisogno di nutrienti specifici per funzionare, è attraversato da segnali che arrivano dall’intestino, è sensibile agli stati infiammatori che la dieta può promuovere o attenuare. In effetti la relazione tra cervello e alimentazione è un’area di ricerca medica che sta crescendo molto rapidamente.
Il lavoro scientifico che vogliamo approfondire è stato pubblicato quest’anno su JAMA Network Open, una delle riviste mediche più autorevoli al mondo. Lo studio ha seguito 2.077 bambini canadesi dalla nascita fino ai 5 anni, raccogliendo dati dettagliati sulla loro alimentazione e sul loro comportamento.
L’idea è che quello che mettiamo nel piatto dei nostri figli possa influenzare non solo le loro funzioni intestinali e il loro peso, ma anche il loro umore, le loro emozioni, il loro comportamento. E il timore è che, in questa rete di relazioni, i cibi ultraprocessati giochino un ruolo non proprio positivo.
Timore che, purtroppo, i dati hanno confermato. Gli studiosi hanno osservato che più cibi ultraprocessati i bambini consumavano a 3 anni, maggiori erano i comportamenti problematici a 5 anni – sia comportamenti cosiddetti “internalizzanti” (ansia, ritiro sociale, paure, tristezza…) sia “esternalizzanti” (aggressività, iperattività, difficoltà di autocontrollo…). In entrambi i casi di tratta di risposte a un disagio emotivo, anche se di segno opposto.
Tra i sottogruppi di ultraprocessati, quelli più fortemente associati ai disturbi emotivo-comportamentali sono risultate le bevande zuccherate (anche con edulcoranti).
La buona notizia è che basterebbe poco per migliorare la situazione: gli studiosi hanno calcolato che sostituire il 10% delle calorie da ultraprocessati con alimenti minimamente lavorati sarebbe già sufficiente per osservare qualche miglioramento.
Non solo umore: gli effetti sul cervello in via di sviluppo
Lo studio canadese non è isolato. Una revisione dei dati scientifici pubblicata nel 2025, che ha analizzato 35 studi, ha trovato che un consumo più elevato di ultraprocessati nei bambini è associato a prestazioni cognitive più scarse in vari ambiti. Uno studio cinese su bambini di 4-7 anni ha rilevato che il consumo frequente di caramelle e dolci da forno era associato a punteggi più bassi nei test di comprensione verbale e intelligenza generale.
Ma in che modo i cibi ultraprocessati influenzerebbero il cervello dei bambini? I meccanismi proposti dalla ricerca sono molteplici. Gli zuccheri in eccesso sono stati associati a disregolazione emotiva. Troppi grassi saturi promuovono stati infiammatori a livello cerebrale e alterano la comunicazione tra intestino e cervello – il cosiddetto asse intestino-cervello, un sistema che la scienza sta scoprendo sempre più importante per l’umore e il comportamento. Il sodio in eccesso è stato collegato a una maggiore reattività allo stress. Inoltre, gli ultraprocessati possono contenere residui di sostanze chimiche presenti negli imballaggi, come ftalati e bisfenolo A, che interferiscono con il sistema ormonale, e i bambini piccoli, proprio perché in crescita, sono particolarmente sensibili a queste esposizioni.
Inoltre una dieta ricca di cibi ultraprocessati è quasi sempre povera di alimenti salutari come frutta, verdura, legumi, cereali integrali, che sono le fonti principali di nutrienti essenziali come vitamine e minerali. Sostanze necessarie sempre, ma ancora di più nei periodi critici dello sviluppo cerebrale: la gravidanza, i primi anni di vita, l’adolescenza.
Uno sguardo più ampio: altri effetti sulla salute dei bambini
Il legame tra ultraprocessati e comportamento si inserisce in un quadro già ricco di evidenze su altri effetti negativi. La ricerca ha documentato associazioni con un aumentato rischio di sovrappeso, obesità infantile, resistenza all’insulina e steatosi epatica. Tutte problematiche che normalmente si manifestano in età relativamente avanzata, ma che in chi consuma molti cibi ultraprocessati possono comparire già nella prima infanzia.
Gli alimenti ultraprocessati, inoltre, alterano il microbioma intestinale, il quale a sua volta svolge un ruolo cruciale non solo nella digestione ma anche nell’immunità e, appunto, nella salute mentale.
Un aspetto cruciale, ma spesso sottovalutato, è che il peso di uno stesso fattore su un adulto o su un bambino non è uguale. Quando l’obesità, la resistenza all’insulina o le alterazioni del microbioma intestinale si manifestano durante l’infanzia, le conseguenze sono qualitativamente diverse rispetto a quando si presentano in un adulto.
Il motivo è che il bambino non è un adulto in miniatura: è un sistema in costruzione. Per restare sul cervello, ad esempio, nella fase prenatale e nei primissimi anni di vita quest’organo attraversa una serie di processi (la formazione delle connessioni neuronali, la mielinizzazione delle fibre nervose, lo sviluppo del sistema limbico che regola le emozioni) che non si ripetono mai più con la stessa intensità. Se qualcosa disturba questi processi nel momento in cui stanno accadendo, le ripercussioni possono essere più importanti che se lo stesso disturbo intervenisse su un sistema già maturo.
Capiamoci: il cervello umano conserva una notevole plasticità per tutta la vita, e molti effetti negativi possono essere attenuati o corretti. Ma è indubbio che le abitudini alimentari dei primi anni lascino tracce più profonde di quelle dell’età adulta, e che intervenire presto sia molto più efficace che intervenire tardi.
Oltre a questo, va ricordato anche che le abitudini alimentari dell’infanzia tendono a persistere nell’adulto. I bambini che crescono abituati al sapore intenso, dolce e sapido degli ultraprocessati sviluppano preferenze che rendono più difficile, da adulti, apprezzare alimenti meno stimolanti ma più nutrienti. Questo è il motivo per cui i pediatri consigliano di non aggiungere zucchero né sale alle pappe dei bimbi durante lo svezzamento: il palato si educa – o si diseduca – molto presto.
Cosa possono fare concretamente i genitori?
Prima di tutto, è utile evitare due trappole opposte: il catastrofismo (“mio figlio ha mangiato un biscotto, l’ho rovinato”) e il fatalismo (“tanto mangiano tutti così”). La scienza suggerisce una via di mezzo: la dieta complessiva conta più dei singoli episodi. Un bambino che mangia prevalentemente alimenti freschi e minimamente lavorati non subisce danni da una merendina industriale occasionale. Il problema emerge quando gli ultraprocessati diventano la norma quotidiana.
Ecco alcune indicazioni basate sulle evidenze scientifiche e sulle raccomandazioni di importanti società mediche come l’OMS e l’American Psychiatric Association.
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Sostituire, non proibire. Sostituire progressivamente ci aiuta a non rendere la tavola un campo di battaglia. Si tratta di aumentare la presenza di alimenti freschi (frutta, verdura, legumi, uova, pesce, cereali non lavorati) piuttosto che concentrarsi sull’eliminazione di quelli ultraprocessati. Iniziamo a proporre più alimenti salutari, e ci sarà automaticamente meno spazio per quelli meno salutari.
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L’acqua è la bevanda dei bambini. Le bevande zuccherate (succhi industriali, bibite, bevande “ai frutti”) sono, come abbiamo visto, tra le categorie di ultraprocessati più associate ai problemi emotivi e cognitivi. Ma anche i succhi 100% frutta non sono così salutari come pensiamo. Abituare i bambini all’acqua fin da piccoli, e alla limonata o aranciata fatta in casa come occasione speciale, è uno degli interventi più semplici e d’impatto.
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Leggere le etichette aiuta. Una lista di ingredienti molto lunga, ricca di nomi che non si riconoscerebbero in una cucina casalinga (codici che iniziano con la E, sciroppo di fruttosio, aromi naturali e artificiali, lecitina di soia, mono e digliceridi degli acidi grassi, solo per citarne alcuni) è il segnale di un prodotto ultraprocessato. Più corta e leggibile è la lista, meglio è.
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Coinvolgere i bambini nella preparazione del cibo è uno degli strumenti più efficaci per costruire abitudini alimentari sane nel lungo periodo. I bambini che partecipano alla cucina, anche solo lavando la verdura o mescolando un impasto, sviluppano curiosità verso gli alimenti freschi e accettano più volentieri nuovi sapori.
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Gli adulti danno l’esempio. I cibi ultraprocessati fanno male ai bambini, ma anche agli adulti. Il cambiamento di abitudini deve necessariamente coinvolgere l’intera famiglia.
- Senza sensi di colpa eccessivi. Come notano gli autori dello studio canadese, le famiglie a reddito più basso, con meno tempo a disposizione e accesso limitato a mercati di alimenti freschi hanno difficoltà oggettive a limitare gli ultraprocessati. Il problema ha radici strutturali (politiche di sussidio, marketing alimentare, accessibilità economica) che vanno ben oltre le scelte individuali. Le linee guida nutrizionali sono strumenti, non giudizi morali.
Fonti scientifiche
Monteiro CA, Cannon G, Levy RB et al. “Ultra-processed foods: what they are and how to identify them.” Public Health Nutrition. 2019;22(5):936–941. https://doi.org/10.1017/S1368980018003762
Kavanagh ME, Chen ZH, Tamana SK, Moraes TJ, Simons E, Turvey SE, Subbarao P, Mandhane PJ, Miliku K. “Ultraprocessed Food Consumption and Behavioral Outcomes in Canadian Children.” JAMA Network Open. 2026;9(3):e260434. https://doi.org/10.1001/jamanetworkopen.2026.0434
Nguyen et al. “Food for Thought: A Systematic Review and Meta-Analysis on the Effects of Ultra-Processed Foods on Cognition in Children and Adolescents.” Food Frontiers. 2025. https://doi.org/10.1002/fft2.70064
Liu S et al. “Association of ultraprocessed foods consumption and cognitive function among children aged 4–7 years: a cross-sectional data analysis.” Frontiers in Nutrition. 2023;10:1272126. https://doi.org/10.3389/fnut.2023.1272126
Mottis G, Kandasamey P, Peleg-Raibstein D. “The consequences of ultra-processed foods on brain development during prenatal, adolescent and adult stages.” Frontiers in Public Health. 2025;13:1590083. https://doi.org/10.3389/fpubh.2025.1590083
Chamarthi VS et al. “The impact of ultra-processed foods on pediatric health.” Obesity Pillars (2025): 100203. https://doi.org/10.1016/j.obpill.2025.100203
World Health Organization. WHO Guideline for complementary feeding of infants and young children 6-23 months of age. World Health Organization, 2023. https://www.who.int/publications/i/item/9789240081864
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